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Cenni storici su Castione

di Ballista Leoni

 

La duplice denominazione del comune di Castione Andevenno è abbastanza recente. Essa fu adottata forse tra il 1860 e il 1865 trascurando così quella storica di Castiglione (o Castione) di Sotto che era usata per evitare confusioni con Castiglione (o Castione) di Sopra, oggi Castionetto, frazione di Chiuro: servì soprattutto per distinguere Castione in Valtellina da altri comuni omonini e consentì nel contempo di onorare la frazione di Andevenno che è sicuramente la località più antica di tutto il territorio comunale. Secondo alcuni studiosi essa avrebbe origini nordetrusche e per altri trarrebbe la propria denominazione dal gentilizio romano Andivius, se non dal nome illirico Andenna.  Nel territorio comunale, per quanto si sa, non sono state reperite documentazioni archeologiche che convalidino la prima ipotesi, mentre, secondo lo storico Enrico Besta, vi furono trovate delle monete che potrebbero testimoniare il passaggio, se non lo stanziamento, di soldati, mercanti o fuggiaschi in epoca romana. Il documento più antico che si conosca su Andevenno, è inserito nel "Codice diplomatico longobardo" e risale all'anno 992: un altro del 1024 ci informa che Giovanni del fu Garaldo del luogo di "Andavenno" e la moglie Grima vendono ad un abitante di Bellagio un campo in "Ioco et fundo Andavenno ubi dicitur Cailiolo", dal quale si evince che Caiolo, almeno in parte, faceva parte, a quel tempo, del "luogo di Andevenno". Altro documento del 1035 riguarda la vendita di una vigna di Andevenno, nel luogo detto "Runco de Onego", mentre un altro ci informa che Garaldo e Grima vendono un campo in località Garia e due prati, uno dei quali in Bonosa e l'altro a Ronco, sempre in "Ioco et fundo Andaveno".

Dette vendite testimoniano come in quei lontani tempi il territorio di Andevenno fosse coltivato pressappoco come oggigiorno. Sicuramente le acque del torrente Boco, oltre a irrigare campi e prati, azionavano molini e 16 magli, ma spesso travolgevano impetuose le opere dell'uomo seminando morte e desolazione, come il fiume Adda, praticamente privo di argini e inoltre barrato qua e là dalle pescaie. possedute generalmente da feudatari. Durante la guerra decennale 1118- 1127 ) tra Como e Milano numerose famiglie comasche trovarono rifugio in  Valtellina ove alcune avevano possedimenti terrieri e  sicuramente qualcuna di esse si fermò nel territorio di Andevenno. Una delle più facoltose fu  la Famiglia Parravicini che  divenne feudataria del Vescovo di Como, ma la più potente fu senza dubbio quella dei de Capitanei. Originaria di Vizzola che divenne proprietaria di Andevenno e dei territori circostanti,nonché di Ardenno, di Sondrio e della Valmalenco e tenne praticamente  in suo potere l’intera pieve, la cui matrice era la chiesa sondriese dedicata ai Santi Gervasio e Protasio. La città, la Valmalenco, Andevenno e altre località strategiche vennero fortificate in più riprese. Sappiamo, ad esempio, che nel 1331 Egidio de Capitanei e Romerio Azario munirono di un castello e di mura la motta del Larice sopra la zona di Balzarro (ove i de Capitanei verso il 1080 avevano fondato un convento tenuto dagli Umiliati), divenuta forse malsicura dopo gli assalti subiti nel 1327, allorché i de Capitanei con gli Intenortoli di Montagna riuscirono a strappare ai Rusconi di Corno, di parte ghibellina, il castello di Grumello ad oriente di Sondrio.

Inoltre gli stessi de Capitanei provvidero a fortificare l'altura sopra Andevenno, ove ora sorge la Chiesa di S. Rocco, con un secondo castello, denominato da alcuni castello del Leone, ma che forse si chiamò più semplicemente Castiglione, ovvero piccolo castello o castelletto, perché di mole inferiore sicuramente del castello Masegra di Sondrio e forse di quello del Larice. È comunque certo che da quella fortificazione derivò il nome di  Castione, località nel territorio di Andevenno (libero comune per privilegio di Papa Giovanni XXI, sin dal 1276) e che più tardi ne diverrà quadra e poi il centro principale.

Documento significativo di quel piccolo castello è un 'iscrizione su pietra, che, secondo delle do F. Saverio Quadrio, venne trovata in un vecchio muro diroccato e poi collocata sopra una fontana e che ora fa bella mostra di sé sopra la porta del Municipio. Essa reca lo stemma dei de Capitanei e la seguente iscrizione in caratteri gotici: "MCCCXLl. Georgius filius quondam domini Atonis de Capitaneis Nigris fecit fieri" (1341. Giorgio figlio del fu signor Atto de Capitanei Neri fece fare).

Nel 1370 i Valtellinesi, diventati sudditi dei Visconti di Milano dal 1335. si ribellarono ai loro signori, salvo i comuni di Ponte, Chiuro e Teglio, posti sotto l'egida dei Quadrio. A capo della rivolta si pose Tebaldo de Capitanei e con lui fu anche il comune di Andevenno. I Visconti e i rimasti loro fedeli ebbero la meglio, ma Tebaldo, nel 1373, riuscì a concludere un compromesso onorevole con gli avversari. Dal punto di vista religioso Andevenno, con tutte le altre terre del comune, fece parte della pieve di Sondrio, forse dalla sua costituzione e all'arciprete della città spettava il diritto d'istituire il curato di S. Pancrazio e S. Martino. Abbiamo notizia che nel 1343 il canonico Giorgio Capitano di Sondrio dichiarava di aver ricevuto frumento. Segale e mistura per fitti e decime spettanti al capitolo della Chiesa di Sondrio "in loco et territorio de Andevenno citra et ultra Ab· duam" Par chiaro che allora territorio di Andevenno si estendeva ancora anche sul versante sinistro del!' Adda. ceduto successi· vamente al comune di Caiolo. Nel 1476, ma sicuramente anche prima. In occasione della festa dei Santi Gervasio e Protasio i parrocchiani di S. Pancrazio e S. Martino offrivano alla Chiesa sondriese sei once d'incenso. Mentre abbiamo notizia,che nel 1474 le decime consegnate dai terrieri di Andevenno e di tutto il comune, spettavano per un quarto al Capitolo di Sondrio e gli altri tre quarti alla mensa episcopale comese, ma che in effetti erano posseduti da membri della famiglia Beccaria, succeduta ai de Capitanei, e da altri signori valtellinesi. La Chiesa di S. Pancrazio, abbandonata forse solo nel secolo scorso e rasa al suolo nel secondo dopoguerra, fu probabilmente la più antica Chiesa del territorio. Era sorta forse nel secolo XI come S. Maria di Balzarro, ma perse la sua preminenza, allorché la popolazione lasciò la zona pianeggiante per portarsi più in alto onde sfuggire alle inondazioni enalla malaria. Dal 1520 in poi la Chiesa principale divenne quella di S. Martino, nota già nel secolo XV. Nel 1487 Tomaso di Castellione era beneficiario sia di S. Pancrazio che di S. Martino. Tornando alle vicissitudini dei Castionesi, si può dire che essendo il loro territorio attraversato dalla strada di valle, chiamata Valeriana, più che beneficiare dei vantaggi che essa offriva, dovettero sopportare i danni derivanti dai passaggi di truppe, e subire, sul finire del secolo X V, le incursioni dei Grigioni e altri malanni come gran parte dei villaggi valtellinesi. Nel 1493, però assistettero attoniti al passaggio dello sfarzoso corteo di dignitari ecclesiastici, dame e gentiluomini che accompagnava Bianca Maria Sforza, diretta a lnnsbruck, dov'era attesa dallo sposo, l'imperatore Massimiliano d'Asburgo, e nel 1499 assistettero invece alla fuga precipitosa di Ludovico il Moro, timoroso di cadere nelle mani del re di Francia, Nel 1512 la Valtellina e le due contee I Bormio e Chiavenna, dopo un periodo  di dodici anni di dura dominazione francese, passarono sotto il dominio dei Grigioni che durò sino al 1797, salvo il periodo che dalla sommossa del 1620 va al 1639. Nel 1520 vi fu una terribile inondazione causata dall'Adda e dal torrente Boco per cui la gente residente nel piano di Andevenno fu costretta ad emigrare verso l'alto e fu allora che la località, perse sempre più importanza e prese il sopravvento Castione, dove le aree su cui sorgevano i fortilizi, abbattuti dai Grigioni, si prestarono ottimamente per la costruzione di nuove abitazioni, oltre alla Chiesa di S. Rocco, e costituirono una sede più sicura e più ridente, lontana dalle insidie delle acque. Da un atto notarile risulta che Castione nel 1563 era suddiviso in quattro quadre (giurisdizioni amministrative) denominate: Andevenno - Castione - Moroni - del Monte. Nel 1566, in occasione dell'elezione di un nuovo Parroco di S. Pancrazio e S. Martino si erano riuniti 147 capifamiglia, per cui si può ritenere che la popolazione doveva aggirarsi attorno ai 750 abitanti: piuttosto pochi, ma bisogna tener conto che si era in un periodo ancor vicino alla terribile pestilenza del 1526. Nell'anno 1572 ebbe luogo una sommossa popolare a Castione, Sondrio e Valmalenco contro i Beccaria e compari per il modo ingiusto e vessatorio usato per la riscossione delle decime. I messi dei comuni inviati a Coira per ottenere giustizia si dolsero - come scrive l'Arciprete di Sondrio G. Antonio Parravicini - "de signori Beccaria e consorti, che sotto specie d'essere dalla Mensa Episcopale di Como investiti, non solo ne decimassero il grano e 'l vino, come anticamente si facea insino a brente 9, stara 4 vino e soldi 56, che si pagavano a Mons. Vescovo di Como; ma anco sino a brente 400 di vino e some 300 di grano". I signori delle Tre Leghe temporeggiarono, forse perché non volevano inimicarsi i potentati delle terre sottomesse, ma finirono col fare giustizia. L'Arciprete di Sondrio dovette poi lottare per riottenere quanto di dette decime gli spettava legittimamente. In una relazione anonima, forse della seconda metà del secolo XVI, risulta che Castione contava 230 fuochi (ovvero famiglie) con circa 1280 anime; di detti fuochi soltanto due erano protestanti. Come è noto il luteranesimo era stato introdotto in Valtellina da profughi italiani, tra i quali P. Paolo Vergerio e Giulio della Rovere, favoriti dai Grigioni.

Nel 1589 il Vescovo di Como Feliciano Ninguarda, essendo nativo di Morbegno, poté compiere la visita pastorale in Valtellina e lasciò scritto, che Andevenno contava sedici contrade con 230 famiglie, tutte cattoliche ed una eretica; il cui capo Filippo Moroni era uno dei dodici cancellieri del governatore grigione della valle. Vi era anche una donna spostata di fede protestante, il cui marito e i figli erano però cattolici. Lo storico Fortunato Sprecher, nel 1616, parlando di Castione dice: "Castionum olim Communitas Andeveni dicta", ovvero Castione un tempo de~to comune di Andevenno, e ne enumera le quadre: la prima era quella di Castione, la seconda quella di Andevenno e Vendolo, la terza comprendeva le contrade di Grisone, Moroni e Piatta, mentre l'ultima, detta del Monte, comprendeva Soverna e Perari. Un altro storico, Giovanni Guler von Weinech lo stesso anno 1616, ricorda soprattutto i vigneti di Grisone che, a suo dire, producevano "il vino migliore e più forte di tutta la valle", venduto anche nelle corti imperiali. Tra i personaggi insigni, cita Filippo Moroni, dottore in legge, e Stefano Perario, ambedue gentiluomini "colti e sperimentati". Come si è già accennato durante il primo periodo della dominazione dei Grigioni (1512-1620) si propagò anche in Valtellina e nei due contadi la dottrina protestante, alla quale aderirono soprattutto diverse famiglie nobili. In Castione, come osservò il Vescovo Ninguarda, nel 1589 vi era una sola famiglia passata alla nuova fede oltre a una donna sposata, e si può ritenere che una trentina d'anni dopo, fossero pochi coloro che allo scoppio della rivolta, ricordata come "Sacro Macello", dovettero cercare scampo oltre i monti. Le vittime furono in tutto tre, appartenenti alla famiglia Moroni. Giovanni Stefano Moroni e il figlio furono uccisi in Valmasino mentre tentavano, forse, di passare in Engadina. Allontanati i Grigioni, durante gli anni che vanno dal 1620 al 1639, la Valtellina divenne l'oggetto delle rivalità tra la Francia, il ducato di Savoia e la repubblica di Venezia, da un lato, e la Spagna e l'Austria dall'altro, a causa della sua posizione strategica e dovette sopportare le conseguenze di scontri militari e continui passaggi di truppe e non ci fu paese che non dovette sopportare razzie, spogliazioni e sacrifici d'ogni genere. Castione, ad esempio, nel 1622, per ordine del cavalier Giacomo Robustelli, dovette alloggiare le truppe di fanteria del sergente maggiore Zanconaro e fornire animali dasoma per il trasporto dei bagagli. Nel giugno del 1624 il Vescovo Sisto Carcano consacrò la Chiesa di S. Martino. la più Importante di Castione, allora quasi completamente svincolatasi dalla soggezione al- 'Arciprete di Sondrio. Non molto prima Ticinese Gaspare Aprile, assai In Valtellina, aveva provveduto ad ampliarla. Nel 1629 col passaggio dei lanzichenecchi diretti a Mantova, si diffuse la peste, la quale mietè un numero infinito di vittime, tanto che, secondo alcuni, la popolazione valtellinese da 140.000 persone si ridusse a poco più di 40.000. Anche Castione fu colpito duramente dal crudele morbo e la popolazione indifesa non potè far altro che rivolgersi, come sempre, a Dio e ai Santi protettori. È del febbraio 1629 un atto notarile che testimonia un pagamento di 64 lire al capomastro ticinese Giacomo Casarini o (Casserini) che aveva eretto la Chiesa di S. Luigi Gonzaga di Piatta e del 1630 la notizia, registrata nelle carte parrocchiali, che gli abitanti della contrada Bonetti intendevano dotare la Chiesa di S. Maria Maddalena di un quadro da collocare sull'unico altare, raffigurante la Santa titolare, affinché essa liberasse i Castionesi "dal mal contagioso che [andava] crescendo". Nel 1639, dopo la firma del Capitolato di Milano, la Valtellina, Chiavenna e Bormio ritornarono sotto il dominio dei Grigioni, ai quali però fu proibito di riammettere nei territori sottomessi il culto evangelico. Iniziò così un periodo di pace relativa che permise una lenta ripresa economica anche per  i Castionesi. Non mancarono certo, come in ogni periodo del resto, i piccoli screzi degli abitanti tra di loro o con 1 residenti nei comuni vicini, e il console di giustizia non mancò di intervenire, sedendo "supra lapide magna ante januam domorum domini Johannis Perari" ovvero sopra la grande pietra posta davanti alla porta delle case del signor Giovanni Perari. Nel 1688 il reverendo Pietro Moroni lasciava per testamento l'onere ai propri congiunti di far fare una lampada d'argento del valore di 600 lire da collocare nell'edicola o cappella della B. Vergine, ovvero nell'oratorio eretto presso la Chiesa parrocchiale, ultimato nel secolo X VII, grazie soprattutto alle rimesse Jegh emigranti poiché verso la fine del secoloXVII i Castionesi residenti, come del resto gran parte dei comuni valtellinesi erano sopraffatti da tasse e balzelli  vari e nobili e popolani cominciarono a indebitarsi a vendere i loro beni ai signori grigioni e in particolare ai membri della potente famiglia Salis.

Nel 1783 Battista Salis chiedeva addirittura al governo delle Tre Leghe dì cedere alla sua famiglia la Valtellina e i due contadi dietro un compenso di ben 943.000 fiorini, una somma spropositata per quei tempi, che fu tuttavia sdegnosamente rifiutata. Nel 1706 il comune di Castione allo scopo di estinguere i propri debiti ottenne dal governatore l'autorizzazione di imporre tasse e taglie a tutti i terrieri ma per ragioni varie, tra cui prima la miseria in cui versava la maggior parte della popolazione a causa delle continue alluvioni, degli smottamenti, dei terreni coltivati e dei debiti, non si potè raggiungere lo scopo. Oltretutto, tra il 1736 e il 1782 circa, furono aperte delle vertenze giudiziarie tra i Castionesi e il conte Ulisse Salis che, come si è accennato, coi suoi familiari, si era impossessato delle più ricche zone della Valtellina. Nel 1736 il debito del comune ammontava a 170.890 lire ed essendo il consiglio comunale nell'assoluta impossibilità di provvedere, addivenne a una composizione secondo la quale dovevano essere versate 22 rate di 8.000 lire ciascuna; ma anche questo espediente non diede un buon esito, per cui tra il 1760 e il 1777 il debito era salito a ben 579.299 lire, oltre a 82.758 d'interesse. l rappresentanti del comune, assistiti dai migliori legali di Milano, sostenevano che non solo il debito non esisteva, ma che la municipalità era creditrice di 1.341.621 lire. Per aver appoggiato e difeso tale tesi Andrea Bonadei di Castione dovette nascondersi in Val madre per non essere messo in carcere. Le Tre Leghe ingiunsero a questo punto al comune di imporre un taglione di 950 lire per ogni soldo di estimo ai terrieri e 150 lire ai forestieri L'operazione. a prezzo di gravosi sacrifici questa volta ebbe buon esito e si raccolse una somma che non solo coprì l'ingente debito ma rimasero dei fondi per contribuire alla bonifica del terreni posti nel piano dell’Adda, ideata da U lisse Salis il quale reclamò poi per sè gran parte dei prati e campi ottenuti dopo le opere di prosciugamento, Ciò suscitò grande indignazione tra terrieri quali  tuttavia nel 1794 presero possesso dei terreni redenti senza trovare, pare, la solita opposizione, anche perché nel frattempo i Salis erano caduti in disgrazia anche presso i capi delle Tre Leghe. Ritornando agli inizi del secolo XVIII, si trova negli atti notarili riguardanti Castione che nel settembre del 1717 tutti i capifamiglia si radunarono nel portico della canonica "per un pubblico sindicato "per confermare gli ordini del 17 maggio 1573 (che furono letti capitolo per capitolo) perché venissero "irremissibilmente osservati, stando le grandi rovine e il pregiudizio che la Comunità ne [sentiva) dall’inosservanza di detti capitoli, e come che dalle forze umane si [vedevano) poco riparare le rovine" si propose di "mettere in forza di vera osservanza, o per devozione e per voto come meglio si [sarebbe stimato)" le feste nei giorni dedicati ai santi Luigi, Maddalena, Antonio Abate e Antonio da Padova e di andare in dette ricorrenze processionalmente ad assistere alla benedizione del fiume "et altre vali i di rovine acciò per intercessione de detti santi" non fossero più "pregiudicati e lesi" dalle continue inondazioni. Si stabiliva inoltre di sbandire le capre e qualsiasi specie di bestiame dai terreni comunali, concedendo il solo e semplice passaggio. I campari, ovvero i sorveglianti municipali, ogni domenica erano tenuti a denunciare pubblicamente gli eventuali trasgressori. Per soprammercato nel 1770 insorsero delle divergenze per certi confini tra Castione e Postalesio nella zona detta Motta bassa, ma fortunatamente esse furono appianate il 27 di giugno di quell'anno, grazie ai buoni uffici dell'abate del Monastero di Disentis, Colombano Sozzi, e del governatore Antonio Salis. Come è noto il 29 maggio del 7l)7 a S. Pietro Berbenno alcuni Vaitclimesi tra I quali il castionese Francesco Perario junior, si radunarono per discutere sull’avvenire della Valtellina e contee dopo le vittorie italiane di Napoleone e soprattutto dopo li distacco,della valle dalle Tre Leghe, la mozione seguita venne discussa anche nel comune Castione, per cui  il 18 giugno 1797 (come si legge nel libro dei "Consigli e deliberazioni della Magnifìca Comunità di Castione" questa "collegialmente radunata nel luogo solito dei consigli con pubblici unanimi voti alzando in alto il cappello e gridando viva la Repubblica Cisalpina, viva la Libertà Valtellinese, ed evviva la Patria", approvava la mozione redatta a Berbenno e si innalzava l'albero della libertà. Quell'albero che il 6 maggio del 1799, come annota il notaio Davide Maria Balestra, "fu spiantato ed abbruciato ... e quasi tutta la Valtellina venne occupata da' soldati di sua maestà l'imperatore Francesco Il'', Furono abolite, scrive quel notaio, i proclami, le leggi, gli ordini napoleonici, fatto che sembra in qualche modo spiacergli, ma si consola, aggiungendo "Ora però cessa l'obbligo di scrivere gli strumenti in carta bollata". Ci penserà Napoleone a rimetterla in vigore pochi mesi dopo e i governi successivi a mantenerla in vigore. Nell 'ottobre del 1800 il detto notaio Balestra annotava che la Chiesa di S. Martino era ridotta in uno stato di tale povertà da non poter far  fronte nemmeno alle spese necessarie per il culto e ciò "per le circostanze de' tempi difficili all'esazione per carestia, per deperimento ed impoverimento di famiglie, di spese vessate e cagionate, anche dalla truppa stata quasi per un bimestre casermata in Castione, oltre le rappresaglie di uve, di grani e di altre sorti di frutti campestri" ecc  per cui si addivenne all'aggregazione dei beni di tutte le chiese del paese, comprese la fondazione dell'Ossario e la Confraternita del SS. Sacramento. Nel periodo che va dal 1815 al 1859 la provincia di Sondrio appartenne al Regno Lombardo-Veneto, durante il quale caddero sempre più le illusioni di libertà, uguaglianza e fratellanza. I Valtellinesi si accorsero ben presto che sia con i Francesi che con gli Austriaci non avevano fatto altro che cambiare padroni, anche se avevano ottenuto leggi più eque, una giustizia meglio amministrata, una maggior possibilità di scambi culturali ed economici, questi soprattutto dopo l'apertura delle grandi strade dello Spluga e dello Stelvio, quest'ultima iniziata nel periodo napoleonico. Nel 1834 anche Castione subì gravi danni in conseguenza delle terribili inondazioni che devastarono l'intera provincia, mentre nel 1856 subì dolorose perdite a causa del colera e più tardi vide quasi nulla la produzione del vino per il diffondersi della peronospora, malanni ai quali va aggiunta l'iniqua tassazione del terreni, bene evidenziata da Stefano Jal'im nella sua memoria intitolata "Sulle conti iZ1011l economiche della provincia di Sondrio", Durante le guerre del Risorgimento i Castionesi combatterono a fianco degli altri italiani In quella del '66 morì a Custoza castionese G. Battista Gatti, l superstiti ritornarono poi alle loro attività consuete e spesso, come nei tempi andati, emigrarono anche oltre Oceano in cerca di quel lavoro che non trovavano in patria. I Nel 1861 Castione oltre il capoluogo contava 14 frazioni con un complesso di 1335 persone componenti 245 famiglie. Aveva, come tutti i comuni, la propria Guardia nazionale, comprendente 86 iscritti e 64 uomini di riserva.

Passando brevemente al secolo presente, notiamo che nel 1907 Castione subì delle terribili alluvioni che provocarono un morto e la distruzione totale o parziale di molti vigneti, prati, campi e abitazioni. La zona pianeggiante attendeva ancora di essere riassestata, quando nel 1911 fu nuovamente inondata dalle acque dell'Adda e dei torrenti. Durante la prima guerra mondiale anche Castione offrì un pesante olocausto: 32 caduti su una popolazione inferiore alle 1.500 persone e un olocausto ancor maggiore in quella del 1941-'45 che fu di quaranta persone fra morti e dispersi. Dopo il secondo conflitto mondiale la vita a Castione è ripresa come ovunque. Molte braccia un tempo dedite ai lavori agricoli sono occupate in attività artigianali e industriali, sia in loco sia nella vicina Sondrio e località prossime ma non è ancora cessata l'emigrazione sia in altre località italiane sia all 'estero e in particolare nella vicina Svizzera.